a cura di Annalisa Comandini
I DSA non sono mappe, fotocopie e tempo in più: sono processi cognitivi da comprendere
Negli ultimi anni si è diffusa una convinzione tanto comune quanto riduttiva: molti pensano che supportare uno studente con DSA significhi semplicemente fornirgli una mappa concettuale, una calcolatrice, una sintesi vocale o qualche minuto in più durante una verifica.
In realtà, la ricerca scientifica sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento racconta una storia molto diversa.
Mappe concettuali, strumenti compensativi e misure dispensative sono certamente utili, ma rappresentano soltanto una piccola parte di un intervento educativo realmente efficace. Confondere i DSA con gli strumenti significa osservare la punta dell’iceberg ignorando tutto ciò che si trova sotto la superficie.
Il vero cuore dei DSA: i processi cognitivi
I DSA hanno una conformazione neurobiologica diversa e le difficoltà che si riscontrano, interessano abilità scolastiche specifiche, come lettura, scrittura e calcolo, in presenza di un funzionamento intellettivo nella norma e molto spesso superiore alla norma.
Non si tratta quindi di scarso impegno, mancanza di studio o poca motivazione.
La letteratura scientifica evidenzia il coinvolgimento di numerosi processi cognitivi fondamentali, tra cui:
– memoria di lavoro;
– velocità di elaborazione delle informazioni;
– automatizzazione delle procedure;
– elaborazione linguistica;
– consapevolezza fonologica;
– accesso lessicale;
– funzioni esecutive;
– organizzazione e pianificazione;
– recupero delle informazioni dalla memoria.
Nel caso della dislessia, ad esempio, numerosi studi hanno evidenziato differenze funzionali nelle reti cerebrali coinvolte nella lettura e nella decodifica del linguaggio scritto. Tali differenze influenzano il modo in cui lo studente apprende, organizza e recupera le informazioni.
Comprendere questi processi significa comprendere il DSA.
Tutto il resto viene dopo.
Una mappa non sostituisce lo studio
Uno degli equivoci più diffusi riguarda proprio le mappe concettuali.
Le mappe possono facilitare l’organizzazione delle informazioni, il recupero dei concetti e la comprensione delle relazioni tra gli argomenti. Per questo motivo rappresentano uno strumento utile e riconosciuto dalla letteratura specialistica.
Tuttavia una mappa non sostituisce:
– la comprensione;
– il ragionamento;
– la costruzione delle competenze;
– la capacità di collegare concetti diversi;
– l’apprendimento autentico.
Pensare che una mappa “faccia imparare” uno studente equivale a credere che un paio di occhiali sostituisca la capacità di leggere.
Gli strumenti aiutano ad accedere alle informazioni.
Non sostituiscono l’apprendimento.
Il tempo aggiuntivo non regala competenze
Un altro mito molto diffuso riguarda il tempo aggiuntivo.
Spesso viene percepito come un vantaggio.
In realtà non aumenta le competenze dello studente e non modifica il livello delle richieste.
Permette semplicemente di compensare alcune difficoltà legate alla velocità di elaborazione delle informazioni ed all’automatizzazione di determinati processi cognitivi.
Lo studente deve comunque comprendere, ragionare, studiare, collegare concetti e dimostrare le proprie conoscenze.
Le competenze restano le stesse.
Cambia soltanto il percorso necessario per esprimerle.
La vera didattica non nasce dalla fotocopia
Quando si afferma che alcune strategie utilizzate con gli studenti DSA possono risultare utili anche ad altri studenti, non si sta parlando di distribuire mappe concettuali a tutta la classe.
Si sta parlando di principi cognitivi molto più profondi.
La moderna ricerca sull’apprendimento suggerisce l’efficacia di strategie quali:
– istruzione esplicita e strutturata;
– utilizzo di canali multipli di apprendimento;
– metacognizione;
– riduzione del carico cognitivo non necessario;
– utilizzo di immagini, esempi e collegamenti significativi;
– recupero attivo delle informazioni (retrieval practice);
– distribuzione dello studio nel tempo;
– approcci multisensoriali e progressivi.
Queste strategie non abbassano il livello della didattica.
Al contrario, migliorano la qualità dell’apprendimento.
Spesso risultano utili a tutti gli studenti, non soltanto a quelli con DSA.
Personalizzare non significa semplificare
Una delle critiche più frequenti all’inclusione scolastica nasce dall’idea che personalizzare significhi abbassare gli obiettivi.
La ricerca dimostra il contrario.
Personalizzare non significa eliminare le difficoltà.
Significa rendere più accessibile il percorso che conduce agli obiettivi.
Significa fornire istruzioni più chiare.
Significa rendere espliciti i passaggi.
Significa insegnare il metodo.
Esattamente come accade quando qualcuno impara a risolvere un cubo di Rubik: non basta osservare il risultato finale, occorre comprendere la sequenza di passaggi che conduce alla soluzione.
Molti studenti con DSA non hanno bisogno di compiti più facili.
Hanno bisogno che il percorso venga reso visibile.
Studenti diversi, stesso obiettivo
La neuropsicologia e le neuroscienze dell’apprendimento mostrano sempre più chiaramente che il cervello non apprende nello stesso modo per tutti.
Alcuni studenti imparano meglio attraverso immagini.
Altri attraverso il linguaggio verbale.
Altri ancora attraverso l’esperienza pratica, la manipolazione o l’esercitazione guidata.
Comprendere queste differenze non significa creare privilegi.
Significa riconoscere una realtà scientifica.
Studenti diversi possono raggiungere lo stesso traguardo attraverso percorsi cognitivi differenti.
Questa non è una concessione.
È una constatazione supportata dalla ricerca.
Conclusione
Ridurre i DSA a mappe concettuali, calcolatrici, fotocopie e tempo aggiuntivo significa fermarsi alla superficie del problema.
Gli strumenti sono importanti.
Ma rappresentano soltanto una piccola parte dell’intervento.
La vera inclusione nasce dalla conoscenza dei processi cognitivi che permettono ad ogni studente di leggere, comprendere, ricordare, organizzare le informazioni e costruire competenze.
Una mappa è uno strumento.
La conoscenza è il metodo.
L’integrazione scolastica, o meglio dire l’accoglienza scolastica, nasce dalla comprensione del modo in cui ogni studente apprende.
Perché la vera sfida educativa non è abbassare il livello.
La vera sfida è permettere a più studenti di raggiungere lo stesso obiettivo attraverso percorsi cognitivi differenti.
Riferimenti scientifici essenziali con American Psychiatric Association (DSM-5-TR), International Dyslexia Association, Universal Design for Learning, Habib (dislessia e neuroscienze), Smith-Spark (memoria di lavoro e funzioni esecutive) e gli studi di Ozernov-Palchik e Gaab sulle basi neurobiologiche della dislessia.
