
a cura di Annalisa Comandini – ” La scuola amica della dislessia, esiste davvero ?”
Oggi molte scuole, si proclamano “amiche” della dislessia e preparatissime in materia D.S.A. (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), ma lo sono veramente?
In concreto non lo sono affatto, anzi spesso, manca perfino un referente D.S.A. nella scuola…
Nelle scuole italiane, oggi si corre…come nelle staffette delle gare sportive, sembra che l’unico obiettivo, sia il programma ministeriale da portare avanti…ed i voti da inserire in pagella prima della fine del quadrimestre!
Agli studenti DSA, visto che, qualcuno ha pensato di tutelarli con una legge la n.170/2010 (per fortuna!) viene frettolosamente redatto (e quasi sempre in ritardo): il P.D.P – Piano Didattico Personalizzato, senza peraltro richiedere una collaborazione con la famiglia per la sua stesura, per poter sviluppare il cosiddetto patto scuola-famiglia.
Un piano didattico che, “dovrebbe” fornire tutti gli strumenti compensativi e le misure dispensative, per far apprendere lo studente dislessico, secondo le linee guida della Legge n.170/2010, ma che invece, risulta quasi sempre, impersonale, generalizzato e, soprattutto non costruito sullo studente. Una volta consegnato alle famiglie, la scuola pensa di aver assolto tutti i suoi obblighi di legge, ma nella realtà spesso, questo documento non viene tenuto in considerazione dagli insegnanti, poiché applicato parzialmente ed erroneamente.
Ai bambini della primaria in particolare, viene preparato del materiale “semplificato” (?!) che consiste in montagne e montagne di fotocopie, in bianco e nero, (anche mal fotocopiate), da consegnare ai DSA ed a chiunque altro ne abbia bisogno. Ma tutto questo castello di carta, non è adatto allo studente dislessico. Atteso che, un materiale sia “semplificato”, o l’uso del testo semplificato in alcuni libri, non significa che vada bene a chiunque, soprattutto al DSA. Il dislessico non ha un basso quoziente intellettivo !
Come se queste fotocopie supplissero al supporto che, occorre invece all’alunno che, difatto dovrebbe essere, l’insegnante stesso, il suo migliore strumento.
Addirittura, qualche docente, parla di obiettivi minimi da raggiungere, per lo studente dislessico…obiettivi minimi??! La maggior parte dei DSA ha un QI superiore alla norma…
Bisognerebbe conoscere, innanzitutto, il discente e, capire quali siano i suoi punti di forza ed i suoi punti deboli, annotarli e sù questo costruire la sua valutazione. E’ fondamentale, costruire con l’alunno un rapporto basato sulla fiducia.
Il DSA ha bisogno di ISTRUZIONI DIRETTE, (vedi ns articolo del 23.05.2023 nel blog www.dislessitalia.it) ha necessità che, il suo insegnante sia formato nel campo dell’apprendimento dei DSA.
Un insegnante poco preparato sù questa tematica, ma soprattutto una scuola poco interessata a questi studenti, lo si riscontra nelle valutazioni didattiche: la maggior parte sono ingiuste, poiché non contemplano l’applicazione reale del Piano Didattico Personalizzato.
Ad esempio la quantità delle verifiche non è (quasi) mai sufficiente, oppure non si da modo allo studente di COMPENSARE una prova scritta risultata insufficiente con la prova orale che, gli spetta oltretutto, di diritto… esiste apposta la legge…
Erroneamente, si fornisce al dislessico una prova… di “recupero”. Pertanto viene fatta la media col voto scritto della prova di recupero, anziché tenere conto solo della prova compensativa orale, (c o m p e n s a t i v a!) risultata sufficiente. Come viene appunto, indicato nelle linee guida del Miur della Legge n.170/2010.
L’uso delle mappe, ad esempio, durante un’interrogazione è, come l’occhiale per il miope: indispensabile ! Purtroppo viene considerato un vantaggio, piuttosto che una necessità ed un diritto, pertanto la valutazione finale tiene conto anche di questo “aiuto”, come se fosse un “favoreggiamento”, con conseguenza: la diminuzione del voto.
L’ errore rilevato nelle valutazioni scolastiche è, il non saper scindere la caratteristica DSA, quindi la difficoltà che incontra il discente, dalla comprensione effettiva degli argomenti e la sua personale elaborazione.
“La NEUROSCIENZA ha dimostrato che, nel cervello dei DSA, c’è una “difficoltà” a stabilire delle connessioni stabili tra le sinapsi (sito di contatto fra due giunzioni neurali) di fronte a certi stimoli.
La maggior parte dei dislessici ha problemi di connettività, tramite la MEMORIA DI LAVORO.
La memoria di lavoro: è la CHIAVE DI ACCESSO alle informazioni; è la capacità di tenere in mente e MANIPOLARE le informazioni (contenute nella memoria a breve termine) per un breve periodo di tempo. Mantiene ed elabora le informazioni durante l’esecuzione dei compiti cognitivi. Interviene nella comprensione del testo o nel ragionamento matematico. È tutto ciò che va oltre l’informazione verbale (memoria a breve termine) come per esempio dover trascrivere un numero lungo es.: 3761438… C’è bisogno di LAVORARCI sopra, per questo si chiama memoria di lavoro. Entra in tantissimi compiti: es.: la comprensione del discorso, manipolando gli stimoli che vengono forniti.
I compiti di memoria del lavoro possono impegnare il nostro sistema cognitivo in maniera diversa fra loro, in modo semplice o in modo molto complesso. Attualmente, questa funzione è correlata al “successo scolastico” (prontezza nella risposta). Il Dsa, in genere, tende a perdere l’attenzione perché non riesce a seguire tutte le spiegazioni dell’insegnante, ha un sovraccarico di memoria di lavoro. Il sovraccarico di memoria del lavoro tende a cancellare le informazioni.
Uno degli aspetti centrali del funzionamento COGNITIVO in autonomia è, la capacità di indirizzare le risorse nella direzione giusta.“
Esistono capacità cognitive come quella dei DSA che, non possono esprimersi a causa di questi aspetti connettivi invisibili e difficilmente identificabili.
Nella correzione della prova, l’insegnante non dovrebbe tenere conto della forma, ma piuttosto del contenuto. Bisogna immaginare, quale immane fatica ci sia, dietro un elaborato prodotto dallo studente Dsa che, avendo capito l’argomento, non riesce a rielaborarlo ed esporlo nella maniera che, magari ci si aspetta, come performance standard ovvero, la ripetizione mnemonica dei concetti.
Bisogna anche considerare che, ad ogni interrogazione orale, il Dsa fa doppia fatica, sia per rielaborare i concetti, le informazioni, sia per il tempo che impiega a casa per costruire la sua mappa, di certo, ha bisogno di diversi giorni per prepararsi.

Sulla scorta di questo, le interrogazioni devono essere programmate per tempo e non sovrapposte. Ma come spesso accade, per togliersi dall’”imbarazzante” quanto perentoria legge n. 170/10, anziché verificare quanto lo studente abbia appreso e capito, si “concede” di fargli leggere la mappa, valutandolo spessissimo, con un diplomatico: 6… senza andare oltre.
Difficilmente nelle valutazioni finali, i dislessici hanno voti superiori al sei.
Possibile che, non si riesca a tirar fuori un 7, un 8 o magari un 9, da un dislessico ?!
L’impegno e la costanza dovrebbero avere più PESO nelle valutazioni del DSA.
Nessun insegnante “archeologo” che, scava nell’intelletto dsa, per poi scoprire che, ha davanti… un tesoro mai scoperto prima: potenzialità inespresse. Un cervello con un “sistema operativo” sconosciuto…
La maggior parte dei Dsa, ha un QI superiore alla norma. Lo rammentiamo sempre è come una Ferrari con le ruote di una microcar…
” I bambini dislessici sono creativi, pensatori fuori dagli schemi. Devono esserlo, perché non vedono e non risolvono i problemi come fanno gli altri ragazzi. A scuola, purtroppo, a volte vengono catalogati come pigri, svogliati, poco brillanti, immotivati, maleducati o anche stupidi. Non lo sono. ” – Rick Riordan.
La scuola italiana è costruita sull’idea dell’intelligenza legata a concetti come : efficienza, capacità di prontezza nella risposta, abilità.
La neuroscienza ha dimostrato che, l’intelligenza NON è (solo) questo. L’intelligenza è: la capacità di adattamento, la capacità strategica, la capacità di utilizzare le proprie risorse, al meglio.
Se l’insegnante nota che, con queste risorse, il ragazzo ottiene dei buoni risultati, dovrebbe sentirsi soddisfatto di aver centrato l’obiettivo: cioè, quello di farlo apprendere. Occorre che, la scuola faccia uno sforzo di riflessione su questi nuovi modelli di apprendimento e adatti la didattica flessibile a questi modelli.
Numerose famiglie, sono costrette a ricorrere al tutoraggio esterno: specialisti, tutor Dsa, psicologi, doposcuola o addirittura avvocati, per tutelare i diritti dei propri figli, in extremis si arriva perfino al dover cambiare scuola, quando purtroppo, ci si trova davanti un muro. Purtroppo, sono battaglie continue per tante famiglie.
Eppure basterebbe poco. “Un insegnante FORMATO sulla dislessia, può essere l’unica persona che, “salvi” un bambino (e la sua famiglia) da anni di frustrazione ed ansia. Quell’insegnante può avere un ruolo fondamentale nel cambiare l’intera cultura di una scuola.” – cit Dr. Kelli Sandman Hurley

Piaget: “A me non interessa quando un bambino ha imparato, mi interessa quello che sa prima che uno glielo insegni”.
2 risposte
Le Vs parole, le citazioni, tutto ciò che avete scritto è assolutamente vero. Mi sono commossa perché quei sacrifici, quelle frustrazioni sono anche le nostre, dell intera famiglia. Eppure basterebbe poco, le vs parole lo spiegano bene. Basterebbe più formazione, più conoscenza, più sensibilità. La scuola purtroppo riveste una fetta importante della nostra vita che sconvolge così la ne serenità relazionale, di tutta la famiglia. Ma questo voi lo sapete bene e noi, come famiglia con il mio bambino, siamo solo una goccia nell oceano.
Sentite grazie
….le nostre parole, sono un vissuto…come il Suo.
Grazie di cuore