a cura di Annalisa Comandini –
PDP e DSA: non un modulo da firmare, ma un patto da costruire
Quando arriva una diagnosi di DSA in casa – dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia – spesso l’emozione è doppia: da una parte il sollievo di dare un nome alle difficoltà, dall’altra la paura di non sapere cosa succederà a scuola.
In mezzo a questo vortice di pensieri, spunta una sigla che tornerà spesso: PDP, Piano Didattico Personalizzato.
Non è carta da compilare. È, o dovrebbe essere, un progetto concreto per far stare meglio tuo figlio a scuola.
Entro 90 giorni: perché il tempo è importante
La legge italiana sui DSA non lascia molto spazio ai “poi vediamo” :
una volta consegnata la diagnosi alla scuola, il PDP va redatto entro tempi precisi (in genere entro il primo trimestre dell’anno scolastico, che spesso viene tradotto nella prassi nei famosi “90 giorni”).
Tradotto in parole semplici:
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- la scuola non può rimandare all’infinito;
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- non è una gentile concessione: ha l’obbligo di mettere per iscritto come intende aiutare tuo figlio;
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- in quei 90 giorni tu, come genitore, non devi restare a guardare: è proprio il momento di farti sentire, con calma ma con decisione (soprattutto scrivendo sempre: carta canta…)
Il primo passo: consegnare la diagnosi (e non solo)
Una volta avuto il referto, il primo gesto concreto è questo:
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- consegnare la diagnosi a scuola in modo tracciabile (protocollo in segreteria, PEC, mail istituzionale);
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- avvisare il coordinatore di classe e chiedere un colloquio.
Ma c’è un secondo passo, meno visibile ed altrettanto importante: prepararti.
Come?
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- annota cosa vedi a casa: dove tuo figlio fatica, dove invece “spicca”;
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- chiedi a chi lo segue (tutor, logopedista, ecc.) quali strumenti funzionano meglio: mappe, PC, sintesi vocale, verifiche orali…
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- porta tutto questo nel primo incontro: è materiale prezioso per costruire il PDP.
Il PDP non si compila: si costruisce (insieme)
Spesso i genitori si sentono dire:
“Abbiamo preparato il PDP, venite a firmarlo”.
Ma il PDP non è un foglio già deciso su cui apporre una firma.
La logica corretta è un’altra: “Lo stiamo costruendo, parliamone insieme”.
In quella stanza ci dovrebbero essere:
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- il consiglio di classe (o almeno alcuni docenti chiave);
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- il referente DSA/BES, se presente;
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- tu, come genitore;
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- e, quando possibile, i suggerimenti di chi segue tuo figlio nello studio.
Ognuno porta un pezzo:
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- la diagnosi porta il linguaggio degli specialisti;
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- la scuola porta l’osservazione quotidiana in classe;
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- la famiglia ed il tutor portano la realtà dei compiti, dello zaino, delle lacrime o dei piccoli successi del pomeriggio.
Un “abito su misura”, non una taglia unica
Ci sono scuole che usano modelli di PDP precompilati. Il problema non è il modello in sé, ma l’uso che se ne fa.
Un buon PDP dovrebbe essere come un vestito cucito su misura:
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- non esiste un modello identico per tutti gli studenti con dislessia;
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- due ragazzi con la stessa diagnosi possono avere bisogni molto diversi;
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- prendere un PDP “standard” e cambiare solo il nome significa tradire lo spirito della legge e, soprattutto, il bisogno concreto del bambino.
Per questo, nel PDP dovresti ritrovare il tuo bambino, non “un generico alunno con DSA”.
Cosa deve esserci, concretamente, dentro un PDP
Senza entrare nel linguaggio troppo tecnico, nel PDP dovresti trovare in modo chiaro:
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- strumenti compensativi
(mappe concettuali, sintesi vocale, calcolatrice, formulari, PC con correttore, audiolibri…)
- strumenti compensativi
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- misure dispensative
(dispensa dalla lettura ad alta voce, da lunghi dettati, da copie infinite alla lavagna, riduzione del numero di esercizi…)
- misure dispensative
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- modalità di verifica e valutazione
(più verifiche orali, tempi aggiuntivi, possibilità di usare le mappe durante le prove, verifiche strutturate in modo più guidato…)
- modalità di verifica e valutazione
Se leggi solo frasi vaghe tipo “si terrà conto della difficoltà dell’alunno” o “sarà aiutato nel percorso”, manca il punto:
il PDP serve a scrivere cosa, come, con cosa e in quanto tempo.
Prima di firmare: il tuo diritto a dire “Aspetto, lo voglio leggere”
Qui veniamo ad un passaggio cruciale che spesso i genitori non sanno di potersi permettere.
Hai tutto il diritto di dire:
“Vorrei avere una copia del PDP, portarlo a casa, leggerlo con calma e poi firmarlo.”
Non è mancanza di fiducia: è partecipazione responsabile.
A casa puoi:
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- rileggerlo con più calma;
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- confrontarlo con la diagnosi;
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- farlo vedere al tutor o allo specialista che segue tuo figlio;
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- segnarti osservazioni ed integrazioni da riportare a scuola.
Puoi tornare dicendo, per esempio:
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- “Qui possiamo aggiungere che mio figlio usa già bene le mappe, quindi chiederei che siano previste anche nelle verifiche di storia e geografia”;
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- “Per matematica possiamo indicare esplicitamente la calcolatrice e i formulari tra gli strumenti consentiti in verifica”.
Il PDP non è “loro” o “tuo”: è un foglio in comproprietà, perché a viverlo, poi, sarà tuo figlio.
E dopo la firma? Non finisce qui
Una volta firmato, il PDP non dovrebbe finire in un cassetto.
Durante l’anno puoi chiederti:
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- quello che c’è scritto viene davvero applicato?
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- gli insegnanti permettono l’uso degli strumenti previsti?
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- tuo figlio sente un po’ di sollievo o continua a tornare da scuola “sconfitto”?
Se qualcosa non funziona, il PDP si può modificare.
Non è un contratto scolpito nella pietra: è un patto che può essere aggiustato, migliorato, aggiornato.
In sintesi: cosa tenere a mente come genitore
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- Una volta consegnata la diagnosi, il PDP non è opzionale: la scuola ha l’obbligo di redigerlo.
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- I famosi “90 giorni” non sono un tempo morto: sono la finestra in cui tu puoi e devi farti sentire.
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- Il PDP va costruito insieme: scuola, famiglia e, quando possibile, tutor.
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- Prima di firmare, puoi chiedere una copia, leggerla e proporre modifiche.
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- Il PDP deve assomigliare a tuo figlio, non a un modello qualsiasi.
Se c’è una parola chiave in tutta questa storia è alleanza.
Un buon Piano Didattico Personalizzato non è solo un insieme di misure: è il modo in cui scuola e famiglia si prendono per mano per dire allo stesso bambino:
“Non sei tu ad essere sbagliato. Cambiamo noi il modo di insegnarti.”
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Una risposta
Grazie mille delle informazioni molto utili