Quando si cerca il punteggio invece della competenza

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a cura di Annalisa Comandini – Negli ultimi anni, il numero di corsi dedicati al Tutor D.S.A è cresciuto in modo significativo. Parallelamente, però, si è diffusa una tendenza preoccupante: sempre più persone si avvicinano a questi percorsi non per comprendere come apprende uno studente DSA, ma per ottenere un punteggiouna certificazioneun titolo spendibile in graduatoria.

Il problema non è il bisogno legittimo di riconoscimenti formali, bensì il fatto che il contenuto formativo passi in secondo piano, quando non venga ignorato del tutto.


Le domande sbagliate quando si cerca un corso per Tutor DSA

Chi organizza percorsi seri di formazione per Tutor DSA lo sa bene: le domande più frequenti non riguardano ciò che si studia, ma ciò che il corso “restituisce” in termini burocratici.

Le domande più comuni sono:

     

      • Che punteggio dà il corso?

      • Rilascia una certificazione?

    Molto più raramente vengono poste domande come:

       

        • Qual è l’approccio teorico al DSA?

        • Come viene affrontato l’apprendimento cognitivo?

        • Si lavora su metacognizione e autonomia?

      Eppure, il Tutor DSA non è una figura regolamentata dal Ministero dell’Istruzione, ma è un professionista educativo che, opera in ambito extra scolastico, a supporto di studenti, delle famiglie e, quando richiesto, in accordo con la scuola. Ciò che fa davvero la differenza è la qualità della formazione e dell’esperienza, non l’attestazione finale.


      Il mito del libretto di istruzioni per i DSA

      Accanto alla corsa al punteggio, emerge un’altra aspettativa distorta: l’idea che esista un libretto di istruzioni, un elenco di strategie pronte da applicare indistintamente a tutti gli studenti con DSA.

      Questa visione è profondamente errata.

      Ogni studente con DSA è diverso:

         

          • per profilo cognitivo,

          • per storia scolastica,

          • per modalità di apprendimento,

          • per risorse e fragilità personali.

        Pensare che basti “applicare una strategia” significa non aver compreso cosa siano davvero i Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Le strategie non precedono la comprensione: ne sono il risultato.


        PDP fotocopiati e applicazione debole della Legge 170

        Una conseguenza diretta di questa impostazione superficiale è sotto gli occhi di molti: l’uso distorto del Piano Didattico Personalizzato (PDP).

        In numerose realtà scolastiche si riscontrano:

           

            • PDP standardizzati, uguali per studenti diversi;

            • documenti compilati come mera formalità;

            • misure compensative e dispensative previste dalla Legge 170 non applicate nella pratica quotidiana;

            • tempi di consegna non rispettati e scarsa condivisione con le famiglie.

          Quando il PDP diventa un atto burocratico e non uno strumento di lavoro, perde completamente la sua funzione educativa. E questo accade quando manca una reale preparazione sull’apprendimento cognitivo dei DSA.


          Metacognizione ed autonomia: ciò che spesso manca

          Uno degli aspetti più trascurati nella formazione è la metacognizione, ovvero la capacità dello studente di riflettere sul proprio modo di apprendere, di monitorare il processo e di autoregolarsi.

          Genitori ed insegnanti spesso desiderano:

             

              • autonomia immediata,

              • risultati rapidi,

              • soluzioni definitive.

            Ma l’autonomia non nasce all’improvviso, né per decreto.
            È il risultato di un percorso graduale, fatto di osservazione, supporto, riflessione e tempo.

            Senza questo lavoro profondo, nessuna strategia può funzionare davvero.


            Ci vogliono anni per comprendere davvero l’apprendimento di uno studente DSA

            Comprendere come ragiona e come apprende uno studente con DSA non è un processo immediato né semplificabile.
            Nel mio caso, sono stati necessari 16 anni di lavoro quotidiano, trascorsi accanto allo studente, giorno dopo giorno, durante lo studio, l’esecuzione dei compiti, i blocchi, gli errori e i progressi.

            E, nonostante questo lungo percorso, sto ancora imparando.

            Perché l’apprendimento umano non è statico, non è replicabile in serie e non può essere compreso una volta per tutte. Ogni studente presenta un funzionamento cognitivo unico, che può essere davvero compreso solo nell’esperienza diretta, accanto a lui, mentre studia e prova a costruire il proprio metodo.

            È fondamentale dirlo con chiarezza:
            nessun attestato, nessun corso, nessuna certificazione potrà mai garantire competenza reale, se non è accompagnata da un’esperienza concreta e continuativa accanto allo studente durante l’esecuzione dei compiti. La competenza educativa nasce dall’incontro tra teoria ed esperienza sul campo, non dall’accumulo di titoli.


            Il lavoro più difficile non è in aula, ma a casa…

            Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il fatto che le difficoltà maggiori emergono a casa, lontano dall’insegnante e dal contesto strutturato della classe.

            È durante lo studio domestico che si manifestano:

               

                • la fatica cognitiva,

                • la difficoltà di organizzazione,

                • la gestione del tempo,

                • l’ansia da prestazione.

              Questo diventa ancora più critico quando gli studenti vengono caricati di troppi compiti, spesso pensati senza considerare i diversi tempi di apprendimento. In questi casi, il problema non è la mancanza di impegno, ma il sovraccarico cognitivo.

              L’autonomia non coincide con l’assenza dell’adulto, ma con la presenza di un metodo interiorizzato. Ed è proprio a casa che si misura la reale efficacia del supporto educativo.


              L’era del “tutto e subito” non funziona con il cervello umano

              Viviamo in un’epoca in cui tutto è a portata di clic. Ma il cervello umano, ed in particolare quello di uno studente dislessico, non funziona secondo la logica dell’immediatezza.

              Formare un Tutor DSA – così come accompagnare uno studente – richiede:

                 

                  • tempo,

                  • studio,

                  • osservazione,

                  • pazienza,

                  • disponibilità a mettersi in discussione.

                Senza questi elementi, il rischio è quello di formare figure che applicano modelli standardizzati, senza incidere realmente sull’apprendimento.


                Una riflessione necessaria sulla formazione dei Tutor D.S.A

                Forse la domanda più onesta da porsi, prima di iscriversi a un corso, non è:

                Che titolo mi dà questo corso?

                Ma:

                Che tipo di professionista mi aiuta a diventare?

                Gli studenti con DSA non hanno bisogno di istruzioni preconfezionate, né di scorciatoie.
                Hanno bisogno di adulti competenti, capaci di osservare, comprendere e accompagnare il loro percorso di apprendimento.

                E questa competenza non si misura in punti.
                Si costruisce, giorno dopo giorno.

                 

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