I migliori decifratori di codici ed analisti, presso l’Agenzia di Intelligence e Sicurezza del Regno Unito : sono i dislessici (D.S.A)

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a cura di Annalisa Comandini –

Quando il cervello “vede i codici”: DSA, problem solving e lavoro (oltre i luoghi comuni)

Nel 2018 un articolo ripreso da Gulf News (attribuito al Daily Mail) raccontava una storia che colpisce l’immaginazione: molti tra i migliori “code-breakers” ed analisti britannici sono dislessici, e proprio questa caratteristica – con le giuste condizioni – potrebbe aiutarli a decifrare problemi complessi. 

Gulf News

La notizia ruota attorno a GCHQl’Agenzia britannica che si occupa di intelligence e cyber security. Nell’articolo, un portavoce spiega che alcuni tra i più talentuosi “code-breakers” hanno difficoltà nella lettura o nell’interpretazione delle parole, ma che questo può diventare un vantaggio perché “vedono” pattern (schemi) ed anomalie che altri non notano. 

È una storia affascinante. Ma la parte davvero utile – per chi vive i DSA e per chi lavora con persone DSA – non è lo slogan “DSA = superpoteri”. È invece la domanda: quali condizioni fanno emergere le competenze? E cosa possiamo imparare per il mondo del lavoro, anche e soprattutto in Italia?

1) Prima regola: non etichettarli

Nella realtà, molti profili DSA sono “a picchi”: alcune abilità risultano faticose, altre possono essere molto forti. In ambito GCHQ (Agenzia di intelligence britannica) questa idea viene descritta anche con l’espressione “spiky skills” (abilità a “denti di sega”). theregister.com

2) Perché proprio i “codici” diventano un esempio potente

L’articolo di Gulf News mette insieme tre elementi chiave:

    1. Compiti ad alta complessità (analisi, cybersecurity, decodifica, correlazioni).

    1. Punti di forza possibili (visione d’insieme, ricerca di pattern, intuizione sulle anomalie).

    1. Supporti concreti (strumenti digitali, software, adattamenti, mentoring, persino riduzioni d’orario in alcuni casi). 

Questo terzo punto è quello che spesso sparisce nelle versioni “viral” della storia. E invece è centrale: non è la dislessia “da sola” a produrre performance, ma un contesto che abbassa le “barriere” e permette alle competenze di emergere.

Non a caso, anni dopo, The Guardian ha raccontato in modo più dettagliato che l’Agenzia britannica di intelligence e security, incoraggia candidature di persone dislessiche (D.S.A), parla apertamente del valore di abilità come spotting patterns (traduzione: individuazione di schemi-modelli) e prevede aggiustamenti nei processi di selezione, ad esempio tempi extra o la possibilità di usare mappe mentali. 

3) Le “doti” nel lavoro: di cosa stiamo parlando davvero

Quando si dice “problem solving” per i DSA, spesso si intende un mix di competenze molto pratiche:

Pensiero per pattern ed anomalie

In ruoli dove bisogna setacciare dati, segnali, eventi o incidenti per trovare “cosa non torna”, la capacità di riconoscere ripetizioni, omissioni, elementi fuori posto può essere un vantaggio. È esattamente il tipo di abilità citata sia nella narrazione del 2018 sia nel racconto più recente riportato dal Guardian.  ( Gulf News+1 )

Visione d’insieme

Diverse testimonianze (anche interne a contesti come GCHQ) descrivono una tendenza a guardare “il quadro grande” ed a collegare pezzi lontani. 

Creatività applicata (soluzioni, non “arte”)

Nel lavoro, creatività significa spesso: trovare una scorciatoia, ristrutturare un processo, inventare un modo più chiaro di spiegare o documentare. Non è detto che ogni persona DSA sia creativa, ma molte persone DSA sviluppano strategie originali per compensare vincoli reali.

Tenacia e gestione dell’errore

Dover convivere con frizioni quotidiane (tempi più lunghi, attenzione alla forma scritta, rischio di giudizio) può allenare competenze trasversali preziose: perseveranza, autoconsapevolezza, capacità di chiedere strumenti adeguati.

4) La lezione più importante: “aggiustare il contesto” (non la persona)

Nel pezzo del 2018 si parla esplicitamente di supporto ed aggiustamenti sul posto di lavoro: strumenti IT, software, mentoring e altre misure pratiche. 
E questo si collega benissimo ad un principio che vale ovunque: gli strumenti compensativi non sono un favore, sono un modo per permettere ad una persona competente, di lavorare al meglio.

5) Cosa può fare un’azienda, domani mattina

Ecco una mini-checklist “DSA-friendly” che prende sul serio sia le difficoltà sia il potenziale:

Selezione

    • Valutare le competenze con prove pratiche (casi, simulazioni) e non solo con test a tempo.

    • Prevedere adattamenti ragionevoli: tempo aggiuntivo, consegne chiare, possibilità di usare schemi/mappe (approccio citato anche per GCHQ).

Strumenti

    • Rendere disponibili (e legittimi) strumenti come dettatura, sintesi vocale, correttori evoluti, template, checklist. 

Organizzazione del lavoro

    • Separare “contenuto” e “forma” dove possibile: chi è fortissimo nell’analisi non deve essere penalizzato solo perché il report finale richiede un livello di formalismo che può essere supportato con revisione o modelli.

Cultura

    • Normalizzare la richiesta di adattamenti, evitando lo stigma: più persone dichiarano i propri bisogni, più l’organizzazione diventa efficiente.

6) Un messaggio chiaro per chi è DSA e lavora

La storia dei “code-breakers dislessici” funziona perché ribalta lo sguardo: non nega la fatica, ma mostra che la competenza può emergere se il contesto è progettato bene. Gulf News+1

Può aiutare, al DSA, ragionare così:

    • Quali compiti ti attivano (problem solving, idee, collegamenti, creatività, relazione, pratica)?

    • Quali strumenti ti fanno rendere davvero? (non “sopravvivere”)  

    • In quali ambienti la tua neuro-diversità viene letta come risorsa e non come problema?

Conclusione: “superpoteri” e progettazione intelligente

Prendere spunto dall’articolo di Gulf News non significa dire “i dislessici sono migliori”. Significa riconoscere che il talento è spesso invisibile finché lo misuriamo con strumenti sbagliati

Il mondo del lavoro che include davvero non è quello che “celebra” i DSA a parole: è quello che mette strumenti, tempi e processi in grado di far lavorare bene persone diverse. E quando succede, le “potenzialità nascoste” smettono di essere nascoste.

Annalisa Comandini

 

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